Un killer di nome zucchero - Nuove ricerche rilanciano un allarme dimenticato: “È più pericoloso dei grassi”

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Un killer di nome zucchero - Nuove ricerche rilanciano un allarme dimenticato: “È più pericoloso dei grassi”

Messaggio  Diamante Rosa il Mer Nov 27 2013, 18:21

Il consumo eccessivo di zucchero nella sue svariate forme - saccarosio, fruttosio, glucosio – è associato all’obesità e quindi allo sviluppo di malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete e anche di certi tipi di cancro. Che sia così è provato ormai da numerosi studi. Tuttavia, nonostante le evidenze scientifiche su questo «silenzioso killer» non si contino, tra i dati relativi ai danni degli zuccheri contenuti in cibi e bevande e le indicazioni sanitarie per ridurne il consumo nella dieta quotidiana esiste un divario che si potrebbe definire doloso.

E non è un caso che un editoriale sul «British Medical Journal» rivisiti - attraverso la recensione del saggio di John Judkin «Pure, White and Deadly», ovvero puro, bianco e mortale, ora ripubblicato dopo 40 anni dalla Penguin - la clamorosa ipotesi del fisiologo britannico, da sempre osteggiata dall’industria dello zucchero: non sarebbero tanto i grassi i maggiori responsabili delle patologie cardiache quanto gli zuccheri. Zuccheri che secondo Robert Lustig - uno dei massimi esperti di obesità infantile e autore della prefazione del volume riedito di Judkin - dovrebbero essere considerati «tossici» al pari di sigarette e alcol.

Quando uscì nel 1972, il libro venne liquidato da molti detrattori, tra cui il biologo americano Ancel Keys, sostenitore dell’ipotesi che i grassi siano i veri nemici del cuore, come un’opera di «fiction», priva di basi scientifiche. E Judkin fu messo in disparte, se non ridicolizzato. «Per lui - scrive ora Geoff Watts sul “British Medical Journal” - non ci furono posizioni di prestigio né finanziamenti per la sua ricerca. E furono cancellati molti suoi interventi alle conferenze, non appena si sospettava che potesse presentare dati contro lo zucchero».
L’interesse per l’ipotesi zucchero-malattie di cuore, così, man mano sbiadì, il libro non venne più ristampato e il frastuono sulla dieta con pochi grassi prese il sopravvento. Se molti clinici in Europa continuavano a sostenere Judkin, gli americani erano invece dalla parte di Keys, che non perdeva occasione di definire «deboli» le prove del collega inglese contro lo zucchero.

Negli ultimi anni, tuttavia, il fenomeno in crescita dell’obesità ha fatto riemergere l’ipotesi di Judkin, mai veramente affossata, come avrebbero invece voluto i big dell’industria dello zucchero. Secondo le ultime stime, circa due miliardi di adulti sono sovrappeso. Di questi, 200 milioni di uomini e 300 milioni di donne sono obesi. Un problema sanitario definito «esplosivo» nei Paesi occidentali, ma che ora ha varcato tutti i confini. Un’inchiesta di Gary Taubes, giornalista, e Cristin Kearns Couzens, dentista, condotta sul bimestrale di giornalismo investigativo americano «Mother Jones», ha svelato le tattiche usate dai produttori di zucchero - non molto diverse da quelle dell’industria del tabacco - per assicurarsi che le agenzie governative non diffondessero informazioni che andassero contro i loro interessi.

È significativo che negli Anni 70 venga costituito negli Usa un ente scientifico, il Food&Nutrition Advisory Council, formato da medici e dentisti in palese conflitto di interessi (le loro ricerche erano finanziate dalla Sugar Association), con il mandato di «difendere l’importanza dello zucchero in una dieta sana». Negli anni, però, non si è mai stabilita quale sia la dose non dannosa di zucchero da consumare giornalmente. Scrive Taubes sul «New York Times»: «L’ultima volta che un’agenzia federale governativa guardò alla questione zucchero fu nel 2005 in un rapporto dell’Institute of Medicine. Gli autori ammisero che un certo numero di evidenze suggeriva che lo zucchero favorisse il rischio di malattie di cuore e diabete - perfino influendo sull’aumento del colesterolo “cattivo” o a bassa densità, l’Ldl - ma non ritennero la ricerca conclusiva. Tanto da non essere in grado di stabilirne un limite massimo per una dieta sana». A non dissimili conclusioni giunse la Food&Drug Administration, quando affrontò nel lontano 1986 la questione-zucchero. Il rapporto fu interpretato come un’assoluzione e la percezione influì sulle strategie successive. E infatti le cifre fornite dal dipartimento dell’Agricoltura americano rivelano che nel 2000 il consumo pro capite di zuccheri è raddoppiato rispetto agli Anni 80: da 25-30 kg a oltre 45 kg a persona.

Intanto le ricerche sugli zuccheri hanno fatto molti passi avanti, mettendo in evidenza, per esempio, come siano diversi i modi con cui sono metabolizzati: mentre il fruttosio è «processato» dal fegato, il glucosio lo è da ogni cellula del corpo. Fruttosio e glucosio in forma liquida, poi, fanno lavorare più rapidamente il fegato e questa velocità influisce sulla loro conversione in grassi, i trigliceridi. E il discorso si allarga ulteriormente non appena di studia il rapporto zuccheri-cibi.

«Carni rosse, chips e bevande zuccherate sono più facilmente associate a un aumento di peso, maggiore rispetto a chi consuma grandi quantità di verdure, frutta e cereali integrali, come ha evidenziato uno studio di Darius Mozaffarian sul “New England Journal of Medicine” - sottolinea Roberto Marchioli, epidemiologo al Mario Negri Sud di Chieti -. E non tutti gli alimenti inducono un alto indice glicemico, ossia il rapido assorbimento degli zuccheri che fa salire la glicemia (la quantità di zucchero nel sangue) e che nel tempo favorisce il diabete». Importante è quindi fare le giuste scelte a tavola: tutta la verdura (tranne le patate), quasi tutta la frutta, alcuni cereali (come orzo e avena) sono a basso indice glicemico, mentre sono da limitare tutti i carboidrati raffinati ad alta densità e quindi è necessario fare attenzione al consumo di pane, pasta, riso e, naturalemente, di tutti i tipi di dolci.
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Lo zucchero nel sangue può influenzare pericolosamente il battito cardiaco

Messaggio  Lactobacillus il Dom Giu 29 2014, 16:08


I livelli di glucosio nel sangue possono modificare la frequenza cardiaca in maniera pericolosa, tanto che le persone che già soffrono di diabete di tipo 1 e tipo 2 rischiano la vita. Questo processo spiegherebbe il perché diverse persone muoiono durante il sonno

I livelli di zucchero nel sangue possono essere pericolosi, specie se divengono troppo bassi durante la notte.

Tra i tanti effetti avversi che possono avere i livelli di zuccheri nel sangue c’è anche quello di alterare la frequenza cardiaca. Alterazione che può essere causa di numerosi problemi e anche morte nel sonno, soprattutto nelle persone con diabete di tipo 1 e tipo 2. A essere pericolosa, in questo caso, è l’ipoglicemia. Condizione che diviene minacciosa in particolare di notte, quando si dorme.

Ecco quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista Diabetes e condotto dai ricercatori dell’Università di Sheffield (Uk) coordinati dal dott. Simon Heller.
Heller e colleghi hanno trovato un legame tra la glicemia e i tassi di mortalità più elevati del previsto. Cosa che andrebbe anche a spiegare perché alcune persone altrimenti sane, con diabete di tipo 1, muoiono durante il sonno. Questa condizione, che è senza una causa apparente, è spesso chiamata “Sindrome della morte nel letto”.

«Abbiamo scoperto che l’ipoglicemia era abbastanza comune – spiega il prof. Heller – e che gli episodi notturni, in particolare, erano generalmente caratterizzati da un modello in cui il glucosio è sceso a livelli bassi per alcune ore, durante le quali i pazienti dormivano».
«Questi periodi di ipoglicemia – prosegue Heller – sono stati associati con un alto rischio di rallentamento delle frequenze cardiache [o bradicardia] accompagnate da battiti [del cuore] anormali. Abbiamo quindi identificato un meccanismo che potrebbe contribuire a un aumento della mortalità durante una terapia insulinica intensiva nei soggetti con diabete di tipo 2 e ad alto rischio cardiovascolare».

Il diabete, sebbene caratterizzato per gli elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia), si distingue anche per momenti in cui questi livelli di zuccheri nel sangue sono più bassi del normale (ipoglicemia), spesso proprio a causa dei trattamenti per la prevenzione dell’iperglicemia, come le terapie insuliniche.
Secondo il dott. Simon Fischer, che accompagna la pubblicazione dello studio con un editoriale, l’ipoglicemia può essere fatale, perché il corpo per funzionare correttamente e vivere ha bisogno di energia; e una troppo bassa energia causa diversi problemi, tra cui un malfunzionamento del cervello che può anche smettere di operare in caso di grave ipoglicemia.

Il prof. Heller ricorda che il problema del glucosio nel sangue è tipico dei pazienti affetti da diabete di tipo 1, i quali devono sottostare a iniezioni giornaliere di insulina, dato che il proprio pancreas non è più in grado di secernere l’ormone insulina. Tuttavia, la pericolosa condizione di ipoglicemia non viene in genere considerata significativa nelle persone con diabete di tipo 2. Ecco perché i ricercatori sono rimasti sorpresi nel vedere che i 25 partecipanti allo studio con diabete di tipo 2 avevano bassi livelli di zucchero nel sangue per circa il 10% del tempo.
La faccenda è emersa dopo che i ricercatori hanno monitorato per cinque giorni i partecipanti al fine di rilevare in modo costante i livelli di glucosio e l’attività cardiaca.
I dati acquisiti hanno permesso di rilevare che i pazienti hanno trascorso 1.258 ore di tempo con normali livelli di glicemia, 65 ore con elevati di zucchero nel sangue livelli e 134 ore con bassi livelli di zucchero nel sangue (una glicemia inferiore a 63 milligrammi per decilitro). In tutti questi casi, il rischio di un rallentamento del battito cardiaco durante la notte era 8 volte superiore rispetto a quando il livelli di zucchero nel sangue erano normali. E’ da notare che il rallentamento della frequenza cardiaca non è stato registrato durante la giornata. Anche le aritmie cardiache sono state significativamente più alte di notte.

Il dottor Fisher ritiene che, in base ai numerosi studi condotti sia su modello animale che sull’uomo, si possa a ragione ipotizzare che gravi aritmie indotte dall’ipoglicemia possano contribuire alla morte improvvisa nei pazienti con diabete e sotto trattamento insulinico.
«L’ipoglicemia notturna è un grave problema – sottolinea lo scienziato – Le persone hanno meno probabilità di svegliarsi e di trattare la loro ipoglicemia durante la notte. Sono meno propense ad ascoltare i normali sintomi premonitori dell’ipoglicemia, perché l’intera risposta [del sistema nervoso] simpatico è relativamente attenuata durante la notte».
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Problemi di memoria con lo zucchero

Messaggio  Dr.Morbius il Dom Giu 29 2014, 16:09

Le persone che hanno alti livelli di zuccheri nel sangue, anche se non hanno problemi di diabete o insulina, sono a maggiore rischio perdita di memoria. I rischi della “droga” zucchero

Attenzione allo zucchero, perché alti livelli di questo nel sangue possono influire sulla capacità di memoria.

Molti scienziati sono convinti che lo zucchero sia come una vera e propria droga, che provoca dipendenza e diversi altri problemi di salute. A tutto questo, si aggiungerebbe il rischio di problemi cognitivi come la perdita di memoria che può interessare chi presenta alti livelli di zuccheri nel sangue, anche se non ha problemi di diabete o insulina.

E’ un nuovo studio pubblicato sulla versione online di Neurology, la rivista medica dell’American Academy of Neurology, a mettere sull’avviso chi ha la tendenza ad assumere cibi e bevande zuccherati dai pericoli per la salute del cervello.
I ricercatori tedeschi della Facoltà di Medicina dell’Università Charité di Berlino hanno coinvolto nel loro studio 141 soggetti ambosessi con età media di 63 anni che non avevano sofferto di diabete né pre-diabete, o alterata tolleranza al glucosio. Dallo studio sono stati esclusi coloro che bevevano più di tre bicchieri di bevande alcoliche al giorno, quelli in sovrappeso e coloro che avevano avuto episodi di perdita di memoria.

Tutti i partecipanti sono poi stati sottoposti a una serie di test per misurare e valutare le capacità di memoria. Allo stesso tempo sono stati oggetto di analisi cliniche atte a misurare i livelli di zucchero o glucosio nel sangue. Anche l’area cerebrale che svolge un ruolo primario nella memoria, chiamata ippocampo, è stata misurata per mezzo di scansioni.
I risultati combinati di test cognitivi, analisi cliniche e scansioni cerebrali hanno mostrato che chi aveva i più bassi livelli di zuccheri nel sangue otteneva migliori punteggi nelle prove di memoria.

Nello specifico, i soggetti dovevano ricordare una lista di 15 parole, mezz’ora dopo averle ascoltate. Coloro che avevano più alti livelli di zuccheri nel sangue hanno anche ottenuto i peggiori punteggi, ricordando il minor numero di parole.
Gli scienziati hanno trovato che con soltanto un aumento di circa 7 millimoli per grammo (ossia dei livelli di emoglobina glicata per mole di emoglobina) di un marcatore a lungo termine del glucosio, chiamato HbA1c, si avevano già diversi problemi nel ricordare le parole da memorizzare (due su quindici). Oltre a ciò, si è scoperto che chi aveva maggiori livelli di zuccheri nel sangue aveva anche un ippocampo più piccolo.

«Questi risultati suggeriscono che anche per le persone all’interno della gamma normale di zucchero nel sangue, abbassare i propri livelli potrebbe essere una strategia promettente per prevenire problemi di memoria e declino cognitivo in futuro», conclude la dott.ssa Agnes Flöel, principale autrice dello studio.
Facciamo dunque attenzione a quanti zuccheri assumiamo durante la giornata – anche quelli nascosti nei cibi che crediamo non contenerne.
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Re: Un killer di nome zucchero - Nuove ricerche rilanciano un allarme dimenticato: “È più pericoloso dei grassi”

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